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Il Percorso Turistico del Verga

 

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Il Percorso Turistico  di Giovanni Verga è un itinerario lungo i luoghi ancora esistenti che ispirarono i capolavori verghiani. Un recupero memoriale che apre inediti orizzonti in antichi panorami, gettando un ponte ideale tra natura e cultura ed offrendo contemporaneamente possibilità di sviluppo turistico ed economico.

Attualmente sono previsti quattro itinerari turistici: Passeggiata tra il Castello e Trezza, che si svolge lungo la costa tra Acicastello ed Acitrezza (punti focali il Castello, fra le cui rovine Verga ambientò Le storie del castello di Trezza; il busto a Verga, opera di Luciano Finocchiaro, accanto alla celebre chiesetta di Acitrezza; piazza Luchino Visconti, ex piazza Roma; la Casa del Nespolo, sede del Museo La terra trema, il film ispirato al romanzo I malavoglia); Sulle onde della Provvidenza, gita in vaporetto fino alle grotte di Ulisse, sulle orme del tragitto effettuato dall'eroe greco o secondo la rotta seguita nell'ultimo viaggio dalla barca dei Malavoglia; Il sentiero d'a muntagna, giro sul vulcano con visita alle masserie dell'Etna; Fantasticheria, itinerario romantico su barche con lampare, durante il quale si potrà remare o pescare, ascoltando dalla voce dei pescatori, come facevano i Malavoglia, leggende e novelle.

Come ha scritto Finetta Guerrera su La Sicilia, il quotidiano catanese, il giorno dell'inaugurazione, il parco è stato creato per rivivere il mito, inseguendolo su per l'orlo fiorito del cratere, affacciarsi sugli strapiombi d'ombra dell'inquietante castello di Aci e poi ancora più avanti, procedere lungo il merletto di lava che fronteggia il mare fino ad arrivare al paesino di Trezza rancorosamente aggrappato alla terra, con la casa del nespolo, le viuzze, le barche, la piazza, la fontana e la chiesa.

Oppure, saliti a bordo della Provvidenza, sfidare il mare bello e traditore e avanzare nella notte, alla luce delle lampare, incontro all'isola Lachea e ai Faraglioni scagliati dalla lontana furia del Ciclope accecato contro il fuggitivo Ulisse.

Giovanni Verga

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Con i Malavoglia, pubblicati a Milano nel 1881, Verga giunge al romanzo muovendo dalle identiche basi che avevano prodotto le sue novelle siciliane. Riesce a creare, nella sfera sociale che già aveva individuato come punto di partenza per il ciclo dei vinti, il respiro necessario alla configurazione del più grande romanzo che sia apparso in Italia dopo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
L'oggetto della sua indagine è di nuovo il mondo degli umili, delle classi sociali più basse, il mondo dei pescatori di Acitrezza che egli affronta con una totale apertura sentimentale, offrendo il documento narrativo di un dramma economico che si vien facendo, attimo per attimo, dramma universale e che tutto coinvolge nel definirsi di una condanna assoluta, di un destino tragico per il quale non esiste scampo.

Grande Dizionario Enciclopedico - UTETGiovanni Verga nacque a Catania il 31 agosto (o il 2 settembre) 1840, da Giovanni Battista Verga Catalano e da Caterina Di Mauro; la famiglia era originaria da Vizzini, centro agricolo della Sicilia orientale, ed era legata alla proprietà terriera e a un'educazione tradizionale. Gli ambienti frequentati nella prima giovinezza furono quelli della campagna vizzinese, al di là della piana di Catania assolata e malarica; quelli della campagna etnea, più ridenti e tipici delle villeggiature estive; e quelli della più attiva borghesia catanese, che al carattere industrioso univa non pochi né superficiali interessi culturali.

A Catania, a quel tempo, si contendevano il privilegio dell'educazione giovanile due scuole, quella romantica di Antonino Abate e quella classicheggiante di don Mario Torrisi, e il Verga le frequentò entrambe. L'Abate, liberale e patriota, che mostrava ai discepoli la ferita riportata durante i moti del '48, era anche poeta fantasioso e romanziere stravagante, che non rispettava le regole della grammatica, ma faceva leggere molti autori moderni, lui compreso. Quando Giovannino, ancora sedicenne, gli mostrò il manoscritto di un lungo romanzo storico, Amore e patria, entusiasticamente lo incoraggiò a pubblicarlo, ma il giovanissimo narratore seguì invece il consiglio dell'altro maestro, il Torrisi, che ne sconsigliò la pubblicazione perché opera troppo immatura.

Pubblicò invece il secondo romanzo, I carbonari della montagna (1861-'62), che narra un episodio della lotta clandestina in Calabria al tempo di Gioacchino Murat, e successivamente, nelle appendici del giornale fiorentino La nuova Europa, il terzo dei cosiddetti romanzi catanesi, Sulle lagune (1863), di ambiente veneziano risorgimentale. Deciso a seguire la carriera delle lettere abbandonò gli studi legali, già iniziati nell'università di Catania, per trasferirsi a Firenze che era, a quel tempo, la capitale politica e letteraria d'Italia. A Firenze, dove arrivò ai primi di maggio del 1865, mentre fervevano le celebrazioni del centenario della nascita di Dante, era stato preceduto da molti giovani siciliani, catanesi in specie, tra i quali Luigi Capuana, critico teatrale apprezzato e temuto del giornale La Nazione, il poeta Mario Rapisardi, Mariano Salluzzo che era stato medico di Nino Bixio, il pittore Michele Rapisardi, il diplomatico Giuseppe Pirrone, Nicolò Niceforo col quale aveva fondato, a Catania, un foglio di vita effimera dal titolo Roma degli Italiani.

L'ambiente era favorevole ai meridionali, in virtù di una fratellanza nazionale ideale, sicché tutti si ritrovavano nei salotti letterari e mondani, al Gabinetto Viesseux, al caffè Michelangelo e partecipavano della vita cittadina in posizione quasi privilegiata. Fu nel salotto del critico Francesco Dall'Ongaro che il Verga conobbe Giselda Fojanesi (che doveva poi trovarsi al centro di un'infausta vicenda amorosa che guastò definitivamente i rapporti col Rapisardi), e alcune tra le personalità più importanti del mondo politico e letterario italiano. Primo frutto, certamente immaturo, di questa partecipazione fu la commedia I nuovi tartufi, che satireggia alcuni episodi della lotta politica per le elezioni del settembre-ottobre 1865. A Firenze il giovane narratore abbandona la linea del romanzo storico e comincia la più moderna esperienza del romanzo sentimentale.

Pubblica Una peccatrice (1866), dove si narra l'infelice storia di un giovane siciliano che, per conquistare il cuore di una donna, diventa commediografo celebrato e poi muore in solitudine dopo tanti disinganni; Storia di una capinera (1871), il più fortunato dei romanzi verghiani, che riprende l'argomento delle monacazioni forzate, tanto discusso specialmente dopo la storia manzoniana della monaca di Monza e le opere similari di Caterina Percoto e di Enrichetta Caracciolo; Eva (1873) disgraziata avventura amorosa tra una celebre ballerina e un pittore in bolletta, entrambi di origine meridionale; Eros (1875), storia di un mrchesino, Alberto Alberti, la cui vita sbagliata é la conseguenza del fallimento del matrimonio dei suoi genitori; e Tigre reale (1875), dove la vita e gli amori stravaganti di un giovane diplomatico, anch'esso siciliano, si decantano nel seno di una famiglia regolare e tradizionale.

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E' stato detto che fino a questo punto l'attività letteraria del Verga è da considerare decadente e trascurabile, e che il momento del trapasso verso la fase veristica é segnato dalla novella Nedda, scritta e pubblicata a Milano nel 1874.
La più recente critica ha dimostrato invece che la cosiddetta produzione giovanile dev'essere considerata come un'elaborazione necessaria di temi e di poetiche che avranno la loro stagione migliore nel successivo periodo milanese.
Il Verga s'era recato per la prima volta a Milano nel '72 e la capitale lombarda lo aveva affascinato, per la sua operosità e per la sua posizione di sentinella avanzata verso l'Europa, al punto da eleggerla come sede della sua vita letteraria; ma non vi si trasferì mai definitivamente, perché ogni viaggio postulava un necessario ritorno alla sua terra, dalla quale traeva l'humus per la sua produzione narrativa. Questo legame, che era già chiaro nei primi romanzi, diventerà sempre più intimo nelle opere della maturità.

Di Nedda é molto importante l'introduzione, che possiamo considerare il manifesto del verismo verghiano. In essa l'autore dichiara che, a Milano, seduto in una comoda poltrona davanti al caminetto, gli tornano alla mente, e vede quasi, uomini e fatti della sua gente.
Per poter narrare quei fatti, dunque, é necessario riviverli, contemplarli come attraverso una lanterna magica. Questo improvviso chiarimento metodologico lo induce a interrompere la composizione di un altro romanzo, Il marito di Elena, per dedicarsi a quello che sarà il suo capolavoro, I Malavoglia, composto come prima opera di un ciclo, quello dei vinti, che avrebbe dovuto rappresentare una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuolo al ministro e all'artista, e assume tutte le forme, dalla ambizione all'avidità del guadagno (lettera all'amico Salvatore Paola, del 21 aprile 1878). Avrebbero dovuto seguire il Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L'onorevole Scipioni e L'uomo di lusso.

I Malavoglia (1881) é la storia di una famiglia di pescatori di Acitrezza, un villaggio marinaro della costa catanese, che, dopo il naufragio della barca, la Provvidenza, e la perdita del carico di lupini su cui era fondata la speranza di un buon guadagno, va distruggendosi lentamente, nonostante lo sforzo eroico del pater familias, padron 'Ntoni, e i vani sacrifici di tutti i familiari.
La narrazione assume toni ora epici, ora elegiaci, ma vale soprattutto come storia di un popolo, di una gente, di una civiltà.
La tenacia e l'ostinazione di un uomo che vuole salire i gradini della scala sociale e accumula ricchezza, la roba, é l'argomento del Mastro don Gesualdo (1888). Don Gesualdo Motta, mastro muratore, riesce a sposare una nobile decaduta, Bianca Trao, ma in tal modo tradisce le sue origini e sarà punito con una morte desolatamente solitaria, in un palazzo aristocratico di Palermo, tra l'indifferenza dei servitori e l'incomprensione della figlia, che si chiude in se stessa, diffidente e ostile, quasi a sottolineare l'incolmabile abisso che separa i Motta dai Trao.

La poetica verghiana della roba si ritrova nelle novelle, dove il dramma della povera gente si esprime in episodi singoli ma non per questo meno densi di significati umani.. Le novelle raccolte in Vita dei campi (1880) e in Novelle rusticane (1883) esprimono un mondo concluso e compatto e mostrano la
verità più dolente della condizione umana. Jeli il pastore e Rosso malpelo sono stati definiti il primo e l'ultimo uomo del mondo, il primo perché vive ignorando la società e il secondo perché subisce il peso della società. In realtà si può dire che la tragedia dei personaggi verghiani scaturisce dal loro rapporto, sempre difficile e contrastato con la società in cui vivono. Insieme con la poetica della roba, intanto, aveva preso stabile consistenza anche la teoria linguistica del Verga, per cui lo scrittore deve adeguare la forma al contenuto, realizzando il colore locale con l'uso di lingua non dialettale ma fortemente dialettizzata.
Cessava così la predicazione ormai secolare del purismo linguistico, e veniva decretata la fine della supremazia del fiorentino nei confronti degli altri dialetti italiani.

Le altre raccolte di novelle, quasi tutte pubblicate dall'editore Emilio Treves, col quale il Verga aveva istituito un rapporto di amicizia e di collaborazione anche letteraria, affrontano argomenti non soltanto siciliani, ma anche delle classi popolari e della borghesia lombarda, ma il ciclo dei vinti resterà incompiuto.
Esse sono Per le vie (1883), Drammi intimi (1883), i Ricordi del capitano d'Arce (1891), Vagabondaggio (1887), Don Candeloro e compagni (1884).
Il Verga affrontò anche la prova delle scene e, come è noto, il suo dramma più fortunato è Cavalleria rusticana; ma non era un autore drammatico, né per vocazione né per scelta letteraria, sicché non tutti gli altri suoi lavori teatrali ebbero successo (La lupa, Caccia al lupo, Caccia alla volpe, In portineria,
Rose caduche, Dal tuo al mio, oltre ai citati Nuovi tartufi).

Nel 1894 il Verga torna a Catania e vi rimane, tranne per qualche rara e breve evasione, per tutto il resto della vita. Comincia così quel lungo silenzio di cui molto si è discusso.
La morte del fratello e la necessità di provvedere all'amministrazione familiare in favore dei nipoti fu certamente la prima causa del distacco dagli ambienti letterari dove erano state concepite e realizzate quasi tutte le sue opere, ma forse anche la stanchezza gli impedì di riprendere la penna. Ormai, del resto, aveva dato il meglio di sé ed era troppo consapevole delle proprie possibilità per affrontare, senza la serietà e l'impegno che avevano contraddistinto tutta la sua vita, l'avventura di un nuovo romanzo.

Aveva cominciato a raccogliere, con il solito scrupolo, la documentazione per La duchessa di Leyra, ma non arrivò oltre al primo capitolo, sebbene gli amici, primo fra tutti il De Roberto, lo esortassero a continuare.
E' probabile che la sua penna si fosse dimostrata inefficace nella descrizione degli ambienti delle classi elevate in cui avrebbero dovuto muoversi i protagonisti degli altri romanzi del ciclo dei vinti. Neanche la nomina a senatore (1920) e i festeggiamenti per il suo 80° compleanno (con un discorso di Pirandello al teatro Massimo di Catania) riuscirono a farlo uscire da quel dignitoso isolamento, da quel suo atteggiamento schivo e solitario, che pur nei salotti fiorentini e milanesi ne avevano contrassegnato il carattere umano.
Il Verga moriva, nella sua casa di via Sant' Anna, il 27 gennaio 1922.

Enciclopedia di Catania - Tringale Editore